Il Leopardi filosofo
Indice:Introduzione
1.Leopardi e le fasi del pensiero
1.1 Il
pessimismo storico1.2 Il
pessimismo cosmico1.3 L’ultimo leopardi: tra l’eroico e il creazionista
2. Dal nulla dell’essere, all’essere del nulla
2.1 La filosofia come problema
2.2 Il rapporto tra Natura e Poesia
2.3 Il pessimismo di
Schopenhauer e quello di Leopardi
3. Un confronto tra grandi filosofi: Leopardi e Nietzsche
3.1 L’idillio iniziale
3.2 Inversione di tendenza della filosofia di
Nietzsche 3.3 Leopardi e Nietzsche distruttori di inganni: convergenze e contrasti
Conclusione
Bibliografia
Introduzione:
Introduzione
Leopardi, prima di ogni altra cosa fu il poeta e il moralista della disperazione. A diciassette anni, si era già reso celebre, come erudita e ellenista, con il Saggio sugli errori popolari degli antichi (1815). Durante i due anni seguenti, diede diverse dissertazioni sulla Batracomiomachia, su Orazio e su delle odi greche. Niebuhr affermava nel 1832 che le Note sulla cronica di Eusebio avrebbero fatto onore ai primi filologi tedeschi. Ad un tratto tutto il suo genio personale emerse e ne uscirono i primi Poemi, poi le Operette Morali. Morì a trentanove anni (1837), lasciando un’opera di cui ciascuna parte raggiunge la perfezione: l’erudito, il poeta, il prosatore, il traduttore, il pensatore, l’uomo di spirito sono in Leopardi tutti tratti ugualmente ammirabili. Nel languore che turbò la sua sensibilità, vi è stato uno dei più luminari geni dell’umanità.
Che si tratti delle teorie trascendentali di Schopenhauer o di dichiarazioni di melanconia di Leopardi, la conclusione è la stessa. Il pessimismo non è ammissibile, non più dell’ottimismo. Eraclito e Democrito possono essere respinti , con uno spirito moderato ma fermo. Sforzandoci di trarre da ciascuna delle nostre vite tutto quello che c’è da sapere, anche se amaro.
Per Leopardi la realizzazione di ciò che è giusto in questo mondo esecrabile non è solamente qualcosa di eroico, ma richiede coscienza e sagacità, abilità e curiosità. Sono le esperienze intrepide, con un mondo “esplosivo”, che rendono il suo pensiero così toccante. Prendono la forma di un oracolo manuale, un’arte della prudenza per i ribelli. In effetti il suo moralismo stridente e distruttivo, tirato fuori dalla sua solitudine di Recanati e Firenze, non ha né calma né pienezza. In compenso, però, esso è infiorettato del chiarore di questa giovinezza solitaria e di citazioni tristi di autori antichi, che rappresentano, molto spesso, i soli compagni del poeta.
A partire dal 1817, il poeta Giacomo Leopardi registrò delle note filosofiche e filologiche in un quaderno chiamato Zibaldone, sorta di giornale intimo del pensiero, composto da circa 5000 pagine. Tra i suoi numerosi progetti di saggi rimasti incompiuti si trova un Manuale di filosofia pratica, in cui Leopardi da qualche consiglio per sfuggire alla disperazione.
Infatti, sebbene alcuni critici siano contrari (da De Sanctis a Croce), non si può dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico, perché alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettività che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace. De Sanctis, ad esempio, nega la filosofia di Leopardi, ritenendola scarsamente significativa, non originale né profonda, ma mera espressione di un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, l’unica sua produzione genuina e profonda; il L. filosofo, che odia la vita, con la sua poesia ce la fa amare.
Nel presente lavoro ci si è posti come obiettivo quello di tracciare un quadro quanto più lineare possibile, della filosofia leopardiana, ripercorrendo in maniera analitica le opere che…